L’Associazione Culturale Palio dei Sestrieri

“L’Associazione Culturale Palio dei Sestrieri”, promuove la diffusione della cultura, della musica, dei costumi e dell’arte misilmerese. L’associazione intende arricchire il bagaglio culturale e conoscitivo dei visitatori, attraverso la promozione di una più qualificata consapevolezza della  realtà misilmerese nei suoi aspetti ambientali, storici, monumentali e culturali al fine di educare al rispetto e alla valorizzazione del patrimonio naturalistico, storico-artistico.  Allo scopo di perseguire tali obiettivi, organizza il Palio dei Sestrieri, evento che mira a valorizzare il Castello dell’Emiro (monumento nazionale), il più antico monumento di Misilmeri, grande vanto dei governanti del  paese, fino alla metà del XIX secolo ed Il Trittico di Gibilrossa, opera che proviene da uno dei luoghi più antichi e sacri di Misilmeri, il santuario di Gibilrossa, dove è rimasta fino al 1866, quando, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi, fu trasportata alla Galleria Regionale di palazzo Abatellis.

Con lo scopo di valorizzare il duplice ruolo dell’armatura culturale del luogo come matrice della sua stessa identità  e come linea strategica e prioritaria di sviluppo locale, l’associazione si propone di far rivivere i fasti e l’atmosfera di un passato glorioso, sfruttando il monumento come naturale e scenografico luogo della rappresentazione di uno spaccato della vita di quel tempo ed il Trittico come emblema di una tradizione artistico-religiosa in cui Misilmeri si identifica.

L’evento, ideato e creato da Enrico Venturini, attuale presidente dell’Associazione, risulta essere un’opportunità unica per poter godere di tutto il patrimonio artistico e culturale di Misilmeri, poiché tutti i monumenti, contemporaneamente aperti per l’occasione sono fruibili da tutto il pubblico.

IL PALIO

Rispettando una leggenda del luogo, secondo cui il cavaliere che riuscirà a portare una brocca colma d’acqua, riempita alla fonte della piazza e portata sino al castello, senza farne cadere una goccia, troverà il tesoro dell’Emiro, ad una data ora, da ogni antico sestriere del luogo, partirà un cavaliere,

dando così vita ad un torneo che si concluderà nella spianata del restaurato castello, dove il vincitore riceverà, dalle mani dell’Emiro, il Palio, consistente nella riproduzione del Trittico di Gibilrossa, da custodire durante l’anno nella parrocchia del proprio sestriere.

La manifestazione prevede, inoltre, un corteo storico, in costumi d’epoca, che rappresenti tutte le nobili famiglie che hanno governato Misilmeri:

Giafar II

  1. Giovanni di Caltagirone 1080

Manfredi Chiaromonte 1300

  1. Guglielmo Moncada 1397
  2. Guglielmo Ajutamicristo – Matteo Carnalivari 1486
  3. Francesco del Bosco – D. Violante Alliata La Grua 1539
  4. Francesco II del Bosco – D. Giovanna Velasquez – Crispo – Villaraunt 1° duca
  5. Vincenzo II del Bosco – D. Giovanna Isfar e Corilles 1° princ. Di Cattolica e duca di Misilmeri 1603
  6. Francesco III del Bosco – D. Tommasa Mendoza e De Sandoval 1654
  7. Giuseppe del Bosco – D. Costanza Doria di Genova 1668-P. Francesco Cupani
  8. Rosalia del Bosco – D. Filippo Bonanno 1721
  9. Francesco Bonanno del Bosco – D. Maria Anna Filangeri princ.ssa di Mirto 1723
  10. Giuseppe Bonanno Filangeri – D. Maria Teresa Caracciolo 1771
  11. Emanuele Bonanno.

Detto corteo, partendo dalla sede comunale, si snoda lungo l’antico quartiere medievale di S. Vincenzo, per arrivare al Castello.

Accompagnati da rulli di tamburi, allietati dal suono melodioso di accattivanti musici, incantati da variopinti spettacoli allestiti da numerosi giocolieri, menestrelli, mangiafuoco si potranno gustare, lungo il percorso appositamente prestabilito, le delizie di pietanze sapientemente imbandite in Taverne.

Due giorni artistici gastronomici nella Misilmeri araba dei Principi Del Bosco, Signori del sito, fervidi e arditi sostenitori dei Borboni.

Il trittico di Gibilrossa

Il trittico di Gibilrossa

di Enrico Venturini

L’opera proviene da uno dei luoghi più antichi e sacri di Misilmeri: il santuario di Gibilrossa, dove è rimasta fino al 1866, quando, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi, fu trasportata alla Galleria Regionale di palazzo Abatellis. Il luogo, già nel VI secolo, abitato dai padri Basiliani, abbandonato durante il periodo arabo, poi rivalorizzato in epoca normanna, fu concesso ai Francescani Osservanti dal duca di Misilmeri d. Francesco del Bosco e poi confermato nel 1594 da mons. Diego di Haedo, arcivescovo di Palermo, passò infine ai Carmelitani Riformati con i quali ebbe più di due secoli di splendore, di culto e di venerazione. Stanislao Alberti nel suo libro “Meraviglie di Dio in onore della sua SS. Madre” racconta di grandi miracoli operati da questa effige e come attesta il Mongitore  nel libro “Palermo divoto di Maria” (1719) la madonna di Gibilrossa godeva di grande devozione,  da parte dei fedeli non solo Misilmeresi ma anche  provenienti da tutta la Sicilia che venivano in pellegrinaggio il 15 agosto di ogni anno. Nel momento in cui il trittico, che è una pittura su tavola (cm.126 X cm.146) raffigurante la Madonna col Bambino tra le sante Barbara ed Agata, viene traslato a Palermo, entrando a far parte di una così importante collezione museale, finisce di avere un valore devozionale e comincia a suscitare l’interesse critico degli storici dell’arte. (Mongitore, G. Di Marzo, Van Marle, De Logu, Bresc Bautler, Vigni, Santucci, Di Natale, Abbate ecc.) Ancora oggi l’attribuzione è incerta, anche dopo tante ipotesi su di essa, a causa dei continui rimaneggiamenti nel corso dei secoli, così come attestato dalla scritta nella fascia inferiore della tavola: “HOC OPUS FIERI FECERU AMORE BEATE VIRGINIS MARIA DE GIBILARUSA ANNO DOMINI MILLE C.C.C.C.XXIII / INSTAURATA PRIUS ANNO 1549-FUIT DEINDE RENOVATA A P. P. CARM.TIS P.MI INST.TI AN.1837”. La tradizione attribuisce il primo restauro,  datato 1549, a Gian Paolo Veronese.

L’opera risente sicuramente dell’influenza della pittura marchigiana-umbro-toscana tardo trecentesca. Alcuni studiosi (Bottari 1962, Di Natale 1974, Santucci 1981) l’attribuiscono a Gaspare da Pesaro, data la sua permanenza a Palermo, riscontrandovi  molte analogie con le sue presunte opere. Il Vigni (1962) intravide nel nostro trittico elementi tipici della pittura senese e ne ipotizzò l’attribuzione a Nicolò Di Magio, pittore senese attivo a Palermo nei primi trentanni del ‘400. Altre analogie nella posa e nei panneggi si riscontrano (Paolini 1994) con la tavola dell’Arcivescovado di Monreale, oderisiano-iberica, nei confronti della quale l’unica differenza consiste nella presenza di un cardellino, simbolo di Cristo, che il Bambino del trittico  di Gibilrossa tiene nella mano sinistra. Queste considerazioni ci fanno pensare che l’opera sia stata non importata, ma creata in ambito locale da qualche artista che riprendeva i modelli toscani, arricchendoli con il gusto per il colore vivido e per certe espressioni trasognate, cosa che riscontriamo anche nel maestro del polittico di Termini Imprese.; ipotesi avvalorata anche da evidenti analogie con alcune tavole dipinte dal Perruchio (L’incoronazione della Vergine tra i santi Alberto e Pietro presente al MU.DI.PA. e l’icona con Santa Barbara presente a Castellammare) artista operante a Palermo tra il 1392 ed il 1435. Il nostro trittico subisce ancora un restauro nel 1953, ad opera di Ottemi della Rotta, il quale aggiunse degli archi a tutto sesto su capitelli ai lati delle due sante ed un tendaggio alle spalle della Vergine, appesantendo

notevolmente l’opera; soltanto il recente restauro del 2008 ha riportato la tavola al primitivo splendore.